Una delle prime conseguenze dell’attacco all’Iran è la chiusura dello Stretto di Hormuz ad opera dei Pasdaran. Si tratta della rotta strategica per il trasporto marittimo di petrolio, da sempre utilizzata dall’Iran come merce di scambio nello scacchiere geopolitico. Lo stretto è un corridoio che collega il Golfo con i mercati in Asia, Europa e Nord America, definito dall’Energy information administration statunitense (Eia), “uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”.
Lo stretto di Hormuz si estende per 560 chilometri, arrivando a una larghezza massima di 320 chilometri. In pratica è un braccio di mare, un po’ più largo e un po’ meno lungo dell’Adriatico. Attraverso lo stresso passa circa il venti per cento del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di barili al giorno. Stesso dicasi per il gas: circa un quinto del commercio mondiale di gnl ha transitato attraverso Hormuz nel 2024, principalmente dal Qatar.
Oltre l’80% del petrolio e del gas che attraversano lo stretto è destinato ai mercati asiatici. Non a caso, oltre agli Stati Uniti, la Cina – primo beneficiario delle esportazioni energetiche iraniane – risulterebbe tra i Paesi più danneggiati da una chiusura prolungata.
